Додому Різне La storia sorprendentemente umana dietro i simboli matematici

La storia sorprendentemente umana dietro i simboli matematici

Per chiunque abbia mai fissato con sguardo assente un’equazione piena di segni più, frazioni o il misterioso simbolo del pi greco (π), potrebbe essere difficile immaginare che questi strumenti siano nati da storie molto umane. La matematica non riguarda solo verità astratte; i suoi simboli si sono evoluti nel corso dei secoli, modellati da mercanti, studiosi e persino dai sogni. Comprendere questa storia non è solo accademico: può rimodellare il modo in cui affrontiamo l’argomento, rendendolo meno intimidatorio e più facilmente riconoscibile.

Dalle rotte commerciali ai segni più e meno

I simboli che oggi diamo per scontati non sono sempre stati parte del panorama matematico. I segni più (+) e meno (-), ad esempio, non apparvero fino alla fine del XV secolo in un testo di matematica tedesco. Il loro scopo iniziale non era l’addizione o la sottrazione astratta, ma piuttosto la denotazione di surplus o deficit nel commercio. Con il fiorire del commercio marittimo, i mercanti avevano bisogno di un modo più rapido per registrare le transazioni rispetto alle descrizioni scritte a mano.

Immaginate: “La nave uno portava tre casse di mele… duecento pesci…”. Il passaggio a simboli come “+”, “-” e “x” ha ridotto il conteggio dei caratteri fino al 65%, risparmiando tempo ed evitando crampi alle mani per i contabili indaffarati. Questa esigenza pratica ha guidato l’adozione di questi segnali ormai onnipresenti.

L’ascesa del linguaggio simbolico

L’evoluzione non si è fermata qui. La “x” per moltiplicazione emerse nel XVII secolo grazie al matematico inglese William Oughtred, che introdusse anche i due punti (:) per la divisione. Ma anche queste non erano del tutto nuove: gli studiosi arabi avevano usato le linee orizzontali per le frazioni secoli prima, un concetto che si fuse con i due punti di Oughtred per diventare il moderno simbolo della divisione (÷) grazie al matematico svizzero Johann Rahn.

Questo processo evidenzia un punto chiave: la notazione matematica non è ispirata divinamente. È un mosaico di scambi culturali e adattamento. I simboli non nascono nel vuoto; si diffondono, si trasformano e talvolta scompaiono, riflettendo la caotica realtà del progresso umano.

Le origini inaspettate dell’algebra

L’algebra stessa, con i suoi simboli astratti che rappresentano quantità sconosciute, affonda le sue radici in problemi pratici, legali e aziendali. L’eclettico arabo del IX secolo al-Khwarizmi non scrisse un libro di testo di matematica; ha scritto una guida per i giudici sulla divisione equa delle eredità. I suoi metodi, che utilizzavano quelle che sarebbero diventate le equazioni algebriche, furono successivamente tradotti in latino e diffusi in tutta Europa.

L’idea di risolvere un’incognita (come trovare “a” in 7 + a = 10) non era un esercizio teorico; era uno strumento per risolvere le controversie del mondo reale. Questa origine pratica spesso si perde nelle aule moderne, dove l’algebra sembra staccata dalla vita di tutti i giorni.

L’epopea di Pi e il potere dei sogni

Anche le costanti apparentemente immutabili come pi greco (π) hanno una storia umana. Gli antichi babilonesi ed egiziani ne stimavano il valore per calcolare l’area dei campi circolari. Successivamente Archimede la perfezionò utilizzando la geometria, guadagnandosi il soprannome di “costante di Archimede”.

La ricerca di una maggiore precisione continuò per secoli, culminando nel lavoro di Srinivasa Ramanujan, un genio della matematica indiano che sosteneva che una dea indù gli avesse rivelato in sogno le prime nove cifre del pi greco. Il simbolo stesso, π, non fu utilizzato fino agli inizi del 1700 da William Jones, forse scelto come prima lettera della parola greca per “perimetro”.

La matematica come patrimonio umano

La storia dei simboli matematici ci ricorda che anche i campi più astratti sono modellati dai bisogni umani, dalle stranezze e dalle scoperte fortuite. Matematici come Giuseppe Peano tentarono addirittura di scrivere intere opere utilizzando solo simboli, una tendenza che alla fine si rivelò impraticabile.

In definitiva, comprendere queste origini può far sembrare la matematica meno una lingua aliena e più un patrimonio culturale condiviso. Come dice la matematica Kate Kitagawa, il viaggio della notazione matematica è “lungi dall’essere completo”, con infinite possibilità su come rappresentare i principi che governano il nostro mondo.

Non si tratta solo di memorizzare formule; si tratta di riconoscere le storie umane racchiuse in ogni equazione.

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