Una donna in Canada, all’inizio degli anni Cinquanta. Cominciò a sentirsi chiamare per nome. Proprio quello. Nessun altro in giro, solo il suono di qualcuno che le parlava. Di solito in stanze tranquille.
All’inizio si trattava di vaghi mormorii. Poi voci distinte.
Distinzione importante: venivano da fuori. Non dentro la sua testa. Non i suoi pensieri che riecheggiavano. Esterno. Distante. Non hanno commentato quello che stava facendo. Nessun comando. Nessuna minaccia. Solo… presenza.
La psichiatria ha visto un’etichetta e l’ha afferrata. Psicosi non specificata. Il riflesso standard per sentire cose che non esistono. La realtà si disconnette, diceva il grafico.
Ha provato il risperidone. Le dosi sono aumentate. Le voci rimasero ferme.
Poi aripiprazolo. Nessun cambiamento.
Poi aloperidolo. Si sentiva più calma, certo. Meno angosciato. Ma le voci? Si tennero stretti.
Passarono gli anni. Visite al pronto soccorso. Brevi soggiorni in unità psichiatriche. I trattamenti fallirono, uno dopo l’altro.
Qualcosa però ha tormentato i medici. Durante le valutazioni, si sporgeva in avanti e metteva a coppa un orecchio. “Potresti dirlo di nuovo?”
Da quattro a sei mesi dopo che il primo team di psicologi l’ha incontrata, l’hanno mandata a fare un audiogramma.
I risultati non sono stati discreti.
Perdita uditiva bilaterale. Un orecchio: da moderato a grave. L’altro: da lieve a profondo. Le mancava un’enorme porzione dello spettro sonoro.
Quindi le hanno dato degli apparecchi acustici. L’ho sistemata. Il suo udito è migliorato. Il mondo è diventato più rumoroso.
Ma le voci non si fermarono.
Le scansioni cerebrali erano pulite. Analisi del sangue normali. I neurologi non hanno trovato nulla di sbagliato a livello strutturale. Non era paranoica. Nessuna delusione. Aveva un lavoro a tempo pieno, gestiva la casa, teneva stretti amici. Funzionalmente, stava bene. Psichiatricamente, secondo il libro di testo, non avrebbe dovuto esserlo.
“Sentire le voci non è sinonimo di malattia mentale.”
Alla fine la diagnosi fu: Allucinazioni uditive dovute a deprivazione sensoriale.
Pensa a come funziona il cervello. Odia il silenzio. Se l’input si interrompe, la corteccia uditiva non resta inattiva. Inizia a generare rumore per riempire il vuoto. Un problema tecnico nel cablaggio, per compensare la mancanza di dati. È lo stesso meccanismo alla base dell’allucinosi musicale, quello strano fenomeno per cui individui isolati o sordi sentono intere sinfonie suonare in una stanza vuota.
Nella maggior parte dei casi di studio, le allucinazioni svaniscono una volta indossati gli apparecchi acustici. L’input ritorna; il cervello si zittisce.
Non questa volta.
Per lei le voci restavano nonostante l’amplificazione. Perché? Forse la perdita dell’udito è durata così a lungo da ricollegare i suoi percorsi cerebrali. Cambiamenti permanenti, testardi e persistenti. Il rapporto non specificava da quanto tempo avesse perso l’udito, ma solo che il danno sembrava persistere anche dopo il ripristino.
Il trattamento è cambiato.
Gli antipsicotici erano fuori uso. C’erano gli apparecchi acustici, ma da soli non erano sufficienti. L’attenzione si è spostata sulla gestione, non sull’eradicazione. Psicoterapia. Imparare a convivere con il rumore. Capire che non era una follia, solo un segnale che non funzionava. Nel maggio 2026, quando il caso venne pubblicato, era in lista d’attesa per iniziare.
È un promemoria approssimativo per i medici. Le valutazioni dell’udito non dovrebbero aspettare il terzo fallimento antipsicotico. Se qualcuno sente le voci ma pensa comunque chiaramente, controlla prima le orecchie.
Cosa succede a questi casi persistenti, però? Non lo sappiamo completamente. Il cervello è adattabile, certamente, ma a volte si adatta in modi che rifiutano di disfarsi. Adesso sta affrontando la situazione. Lavorando. Vita. Ascoltare cose che non ci sono.
